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Il canto della caduta

Marta Cuscunà

locandina
anno
2018
testo
liberamente ispirato al mito del regno dei Fanes
di e con Marta Cuscunà
e...
progettazione e realizzazione animatronica Paola Villani
assistente alla regia Marco Rogante
progettazione video Andrea Pizzalis
lighting design Claudio “Poldo” Parrino
costruzioni metalliche Righi Franco Srl
partitura vocale Francesca Della Monica
sound design Matteo Braga
esecuzione dal vivo luci, audio e video Marco Rogante
costruzioni metalliche Righi Franco Srl
assistente alla realizzazione animatronica Filippo Raschi
collaborazione al progetto Giacomo Raffaelli
distribuzione Laura Marinelli
produzione
co-produzione Centrale Fies, CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia, Teatro Stabile di Torino, Sao Luiz Teatro Municipal | Lisbona
in collaborazione con Teatro Stabile di Bolzano, A Tarumba Teatro de Marionetas | Lisbona
residenze artistiche: Centrale Fies, Dialoghi–Residenze delle arti performative a Villa Manin, Sao Luiz Teatro Municipal, La Corte Ospitale
con il contributo del Centro di Residenza dell’Emilia-Romagna “L’arboreto-Teatro Dimora | La Corte Ospitale”
sponsor tecnici: igus® innovazione con i tecnopolimeri; Marta s.r.l. forniture per l’industria

Si ringraziano Daniele Borghello, Cattivo Frank-Franco Brisighelli, Erika Castlunger, Ulrike Kindl, Andrea Macaluso, Alessandra Marocco, Famiglia Medioli-Valle, Giuseppe Michelotti, Giuliana Musso, Bernardetta Nagler

Marta Cuscunà fa parte del progetto Fies Factory di Centrale Fies


prima italiana
25-26 ottobre 2018
 ore 21
Teatro Contatto
Udine, Teatro Palamostre
il 25 ottobre, al termine dello spettacolo, Marta Cuscunà e la compagnia dialogano con Roberto Canziani


La guerra è parte incancellabile del destino dell’umanità? È realisticamente possibile il passaggio da un sistema di guerre incessanti e di ingiustizia sociale a un sistema mutuale e pacifico?
Il canto della caduta pone punti interrogativi propri anche del nostro tempo: una risposta, possibile, sta forse fra le pieghe di un’antica storia ladina, il mito dei Fanes, un regno pacifico di donne, distrutto dall'inizio di un'epoca del dominio e della spada. Uno stormo di corvi animatronici e una piccola comunità di bambini-pupazzo superstiti, ispirati alla street art di Herakut, sono i nuovi compagni di scena della straordinaria Marta Cuscunà, in un nuovo viaggio di resistenza.


Il regno di Fanes
Il mito di Fanes è una tradizione popolare dei Ladini, una piccola minoranza etnica (35.000 persone) che vive nelle valli centrali delle Dolomiti. È un ciclo epico che racconta la fine del regno pacifico delle donne e l'inizio di una nuova epoca del dominio e della spada. È il canto nero della caduta nell'orrore della guerra. Il mito racconta che i pochi superstiti sono ancora nascosti nelle viscere della montagna, in attesa che ritorni il “tempo promesso”. Il tempo d'oro della pace in cui il popolo di Fanes potrà finalmente tornare alla vita.

Guardare indietro per andare avanti
Nel saggio di antropologia Il calice e la spada, Riane Eisler indaga le strutture sociali che l'umanità si è data nel corso dei secoli e davanti a una continua epopea di guerre e ingiustizie, apre la riflessione a domande più che mai necessarie: la guerra è parte incancellabile del destino dell'umanità? Cosa ci spinge perennemente alla guerra invece che alla pace? Perché ci cacciamo e perseguitiamo l'uno con l'altro? Il dominio dell'uomo sulla donna è inevitabile? È realisticamente possibile il passaggio da un sistema di guerre incessanti e di ingiustizia sociale a un sistema mutuale e pacifico?
Secondo Riane Eisler, le risposte per un futuro migliore potrebbero affondare le radici in quel punto nella preistoria della civiltà europea di cui parla l'archeomitologa lituana Marija Gimbutas, in cui la nostra evoluzione culturale sarebbe stata letteralmente sconvolta.

Archeomitologia
L'approccio dell'archeomitologia è multidisciplinare e unisce l'archeologia descrittiva alla mitologia comparata, al folclore, all'etnologia storica e alla linguistica.
Marija Gimbutas, nel saggio Il linguaggio della Dea, ricostruisce un mondo perduto che corrisponde all'Europa neolitica in cui la presenza del femminile sarebbe stata centrale nella visione del sacro e della struttura sociale. Un'Europa antica molto diversa da quella che ha prevalso successivamente, in cui le società erano prevalentemente egualitarie e pacifiche; il rapporto fra i sessi era equilibrato e paritario; le donne potevano svolgere funzioni sociali importanti di capo-clan e sacerdotesse perché perfino Dio era femmina.
Secondo Marija Gimbutas, i nostri antenati avrebbero coltivato una forma di pensiero molto diversa rispetto a quella patriarcale caratterizzata dal predominio del sesso maschile su quello femminile e dalla sopraffazione dei popoli più deboli.
A sostegno delle sue tesi, l'archeomitologa lituana porta le tracce e i simboli che ancora si possono trovare nelle leggende, nei miti, nel folklore, nella spiritualità delle ere successive che conserverebbero la memoria di questa cultura neolitica.
Il canto della caduta, attraverso l'antico mito di Fanes, vuole portare alla luce il racconto perduto di come eravamo, di quell'alternativa sociale auspicabile per il futuro dell'umanità che viene presentata sempre come un'utopia irrealizzabile. E che invece, forse, è già esistita.

Animatronica
Il canto della caduta prevede la presenza in scena di personaggi meccanici progettati e realizzati dalla scenografa Paola Villani, che si inseriscono nella tradizione del teatro di figura ma ne scardinano l'immaginario in quanto la loro movimentazione si basa su tecnologie applicate in animatronica e sull'utilizzo di componentistica industriale per realizzarle.
Il dispositivo costruito per Il canto della caduta, prevede un movimento che parte dalle mani di un'unica attrice ma che attraverso dei joystick meccanici produce la movimentazione di un sistema complesso di leve a cavo.

I bambini
Il mito di Fanes si conclude con l'immagine dei pochi superstiti, nascosti nelle viscere della montagna, in attesa del tempo promesso della pace. Il mito racconta che i sopravvissuti a cui è affidata la rinascita dell'intero popolo perduto, sono bambini.
La loro infanzia rimane sospesa, incastrata nel tempo. Devono nascondersi, altrimenti potrebbero essere uccisi: la guerra non risparmia nessuno. Nemmeno i più piccoli.
Ho cercato di immaginarli e li ho visti nascosti sotto teste di topo, come i bambini disegnati da Herakut, duo tedesco di streetartists che ha lavorato in diversi campi profughi e zone devastate dalle guerre.

I corvi
La scena iniziale è la scena della fine: un campo di battaglia.
Quello che resta degli eserciti, diventa il banchetto dei corvi, ormai svogliati per la troppa abbondanza. I corvi si parlano, prendono le parti del coro, descrivono la battaglia, il frantumarsi di ondate di uomini che seminano corpi a pezzi. Indugiano sulla meraviglia che accompagna la carneficina, il lato ostinato del darsi morte fino al culmine dello sterminio.
La guerra non si vede mai sulla scena. Eppure c'è, restituita al pubblico dal punto di vista degli unici personaggi che ne traggono sempre vantaggio. I corvi.

Marta Cuscunà

https://cantodellacaduta.blogspot.it/

Immagini

Tournée

prima nazionale
25-26 ottobre 2018
ore 21
Teatro Contatto
Udine, Teatro Palamostre

tournée
16-17 novembre 2018
ore 21
Vicenza, Teatro Astra
23 novembre 2018
24 novembre 2018 
matinée
San Marino, Teatro Titano
30 novembre 2018 
Gorizia, Teatro Verdi
8, 11 gennaio 2019 ore 19.30
9, 10, 12 gennaio 2019
ore 21
13 gennaio 2019 
ore 17
Trieste, Il Rossetti
17 gennaio 2019 ore 20.45
Sedegliano (UD), Teatro Plinio Clabassi
25 gennaio 2019 ore 20.45
Artegna (UD), Teatro Mons. Lavaroni
29 gennaio 2019 
Rubiera (RE), Teatro Herberia
15-16 febbraio 2019 ore 21
Lisbona, São Luiz Teatro Municipal
27 febbraio 2019 ore 20.30
Gries (BZ), Teatro Comunale
12 marzo 2019 ore 21
13 marzo 2019 matinée
Bologna, Arena del Sole, Sala Leo de Berardinis
19-24 marzo 2019 

Torino, Teatro Gobetti
28 marzo 2019 
Rassegna Materia Prima
Firenze, Teatro Cantiere Florida
4 aprile 2019 
Cervignano (UD), Teatro Pasolini