Ecole des Maîtres 1997

ECOLE DES MAÎTRES 1997
corso internazionale itinerante di perfezionamento teatrale
diretto da Franco Quadri
VI EDIZIONE: 18 agosto - 8 novembre 1997

maestro Anatolij Vasil’ev
stage Igrok. Il Giocatore di Dostoevskij – la scuola del gioco. Ricerca sull’etjud




Anatolij Vasil’ev

allievi
Astrid Bas (Francia), Stephen Butel (Francia), Anne Cantineau (Francia), Andrea Collavino (Italia), Marta Comerio (Italia), Valerie Dashwood (Francia), Andrea Felici (Italia), Gianluca Frigerio (Italia), Tania Garbaski (Belgio), Frederik Haugness (Belgio), Sacha Kremer (Belgio), Gaetan Lejeune (Belgio), Mathias Marechal (Francia), Lucia Nigri (Italia), Carine Noury (Francia), Branko Popovic (Belgio), Stephen Rotemberg (Francia), Marie Thys (Belgio), Sandra Toffolatti (Italia)

assistenti Alessio Bergamo, Oksana Bobrovic, Ilia Ponomarev

promosso e organizzato da:
ETI – Ente Teatrale Italiano, Centro Servizi e Spettacoli di Udine, CREPA – Centre de Recherche et d’Expérimentation en Pédagogie Artistique (Belgio), AFDAS – Fonds d’Assurance Formation des activités du Spectacle (Francia), Le Jeune Théâtre National (Francia), Teatro Scuola d’Arte Drammatica di Mosca (Russia)
con la partecipazione di:
Commissione Europea – programma Kaléidoscope – DG X
con il sostegno di:
Presidenza del Consiglio, Dipartimento dello Spettacolo (Italia), Ministère de la Culture, Direction du Théâtre et des Spectacles (Francia), Ministère de la Culture de la Communauté française, Service de Théâtre (Belgio), Commission Communautaire Française de la Région de Bruxelles Capitale (Belgio), Regione Friuli Venezia-Giulia, Provincia di Udine, Comune di Fagagna


Il romanzo e la scena: gioco e necessità
Anche se non si può escludere per l’avvenire qualche scorribanda fuori dagli schemi, l’Ecole des Maîtres ha trovato ormai una formula dopo una serie di calcolati esperimenti e varianti. Sono rimasti fermi i principi di base che contrappongono a un maestro laureato dalla pratica registica l’internazionalità degli allievi, a loro volta diplomati e già collaudati sulla scena. Ma si è arrivati a prevedere un’unica guida per un corso annuo di lunga durata, attorno ai due mesi, tale da portare alla messa a punto laboratoriale di una rappresentazione, in forma povera e sperimentale, che possa venire mostrata almeno nelle tre capitali dei paesi degli stagiaires, a cui quest’anno si aggiunge quello del maestro.
Ora a creare una dialettica nell’avvicendarsi delle prove annuali, deve essere la perspicuità di ciascun corso e il fatto che ciascuno abbia un proprio carattere diverso per la materia affrontata e il modo di affrontarla, come di fatto l’alternarsi dei pedagoghi garantisce. infatti dal seminario sul music hall, proposto lo scorso anno da Alfredo Arias, giostrando tra le lingue, la danza e il canto con testi eterogenei, siamo passati grazie a Anatolij Vasil’ev all’approccio profondo col grande romanzo russo. Con un elemento in comune: ognuna delle due esperienze ha puntato su materiali non creati direttamente per la scena e ha affidato all’autonomia del ragazzi la scelta dei brani e la loro drammatizzazione, facendone un momento basilare di ciascun seminario.
Anche se via via sono cambiati i suoi referenti, Vasil’ev - come del resto Arias - non era nuovo all’Ecole des Maîtres. Anzi era già presente alla sessione inaugurale di Bruxelles nel 1990, con altri teatranti-guru di questi decenni, a “raccontarsi” in quella serie di problematiche biografie che han no dato all’iniziativa il suo simbolico avvio. Al secondo incontro, a Fagagna, nel ‘95, impegnato allo spasimo per 12 giorni con una trentina di allievi appena usciti dai corsi di Arias e di Fo, aveva esemplificato magistralmente entro quei tirannici limiti di tempo l’approdo del suo metodo a Platone, dove, esaltando i risultati delle improvvisazioni, risaltava l’analogia tra il rapporto maestro-allievi alla base dello stage e quello tra Socrate e il discepolo di turno nei due dialoghi studiati, che non a caso prendevano entrambi in esame la situazione di un artista.
Dostoevskij ora impone il salto da quel momento doppiamente didattico all’analisi profonda dei comportamento, doppiata a sua volta dal procedimento con cui è stato sviscerato il romanzo, vivisezionato tramite una suddivisione in dialoghi e una frammentazione successiva degli stessi, con l’aggiunta di monologhi per venire a capo delle parti narrative intermedie tra gl’incontri. In un’opera importante per la verticalità dei rapporti con la trascendenza che contiene, e singolarmente adeguata alla fattispecie per l’analisi condotta sull’animo russo in relazione con un ambiente e degli interlocutori stranieri, di ogni sequenza si sono identificate le motivazioni portanti. E queste avrebbero trovato una libera espressione attraverso la serie infinita di improvvisazioni con cui le diverse coppie formatesi (o i singoli o i terzetti) sono venute via via ricostruendole: un processo il loro, volto a sviluppare la creatività individuale, libero e completamente responsabile, al quale il maestro si è limitato a sovrapporre un continuo controllo, rilevando le deviazioni ma senza imporre soluzioni.
Al momento in cui scrivo, a mezza strada, si può solo riscontrare la ragnatela labirintica che ha condotto i ragazzi del corso dentro al romanzo, scoprendone la struttura drammatica e la necessità di trovare attraverso l’espressione le proprie vie d’uscita: un lavoro appassionante che ancora non ci permette però di intravvedere il risultato, del cui interesse si può essere sicuri come della sua provvisorietà. Perché sarà il “processo” a continuare a importare, tanto è vero che anche le dimostrazioni pubbliche manterranno il carattere di “prove aperte” suscettibili di perenni evoluzioni; e perché tutto è relativo quando si procede con le armi della Scuola d’Arte Drammatica di Mosca - associata per l’occasione all’Ecole des Maîtres - sulla strada di una perfezione irraggiungibile e irrinunciabile a un tempo.
“Bisognerebbe poterci lavorare tre anni”, mi diceva in questi giorni Vasil’ev, biasimando l’incomprensione delle scuole europee per tale esigenza, nel momento stesso in cui peraltro mi manifestava con fierezza un po’ sorpresa il suo entusiasmo per il laboratorio e per i risultati conseguiti. Non ho potuto far a meno di pensare a quanto ha fatto e sta facendo Arias, dopo la soddisfazione per il successo di Luxe, Amour e Pauvrété lo scorso anno: due ragazzi belgi sono al centro del suo nuovo spettacolo parigino, due italiani tra gli altri partecipano con lui a un music hall a Montréal, altri al suo Feydeau di Genova, mentre è nei piani del regista argentino una compagnia europea che nasca sulle ceneri di quel fortunato corso. Forse la collaborazione della Scuola di Mosca consentirà anche al Giocatore di avere un seguito. E l’Ecole des Maîtres continua a evidenziare il significato di un lavoro sulla formazione agli effetti di un teatro delle culture europee che sempre più s’allontana dall’utopia.
Franco Quadri

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