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Mugik (Storia di un cavallo)

Massimo Navone dirige la compagnia del CSS in uno spettacolo dalla struttura drammaturgica particolare, composta da due cerchi concentrici: il racconto di una storia che racchiude il racconto di una storia.

locandina
anno
1988
testo
Mark Rozovskij, tratto dal racconto Cholstomer di Lev Tolstoj
traduzione di Anna Sudakova Roccia
regia
Massimo Navone
interpreti
Francesco Accomando, Sandra Cosatto, Fabiano Fantini; Luca Fantini, Rita Maffei, Sabrina Pelican, Renato Rinaldi, Stefano Rizzardi, Roberta Sferzi, Sandra Toffolatti, Sergio Tonon, Matteo Zardini Lacedelli; coro - mandria Luciano Barretta, Gabriele Benedetti, Maria Cavasin, Tiziana Cucchedda, Paola Del Prato, Lorella Dose, Silvia Ferrin, Mara Marinig, Flavio Medves, Sofia Montani, Marzio Moretti, Anna Restivo, Cristiana Rossi, Simona Sau, Veronica Sbabo, Angelo Scarpa, Elvio Scruzzi, Massimo Teruzzi, Ilaria Tuniz
scene/luci
costruzioni sceniche Renato Rinaldi, Massimo Navone
luci Massimo Navone
musiche
musiche originali Bruno De Franceschi
coordinamento musicale Walter Themel
liriche originali Yurij Rjasancev
Gruppo strumentale del Conservatorio Statale «J. Tomadini» di Udine
e...
costumi Piera Marini
aiuto costumista Margherita Mattotti
produzione
Centro Servizi e Spettacoli di Udine, Udine Cultura, Solari Udine Spa

Mugik è una struttura drammaturgica particolare, composta da due cerchi concentrici: il racconto di una storia che racchiude il racconto di una storia.
Il luogo dell'azione è unico e teatralmente inconsueto: il recinto di una scuderia di cavalli. Il primo narratore, il coro-mandria, a metà tra l'umano e l'equino, presenta Mugik, il vecchio pezzato; una breve sequenza agita nel presente dell'azione teatrale ci mostra il cavallo che sta per essere sgozzato: il cavallaro Vasska affila il coltello. Come una furia irrompe la mandria dei cavalli giovani che picchia il pezzato; ma una vecchia cavalla riconosce Mugik e lo salva dal pestaggio, l'onda dei ricordi invade la scena: Mugik comincia a raccontare la sua vita.
Da questo momento in poi passato e presente si confondono, si crea un'unica dimensione spazio-temporale, magica e ambigua; il racconto si fa azione nel passato della rappresentazione e l'azione si trasforma in racconto nel presente, senza soluzione di continuità; si materializza sul palcoscenico un vero e proprio universo temporale parallelo alla narrazione teatrale, composto di elementi di continua tensione espressiva, una struttura epica che può sfuggire alle pesantezze del didascalismo grazie alle possibilità di autospiazzamento delle proprie dinamiche interne. Lavorare alla regia di Mugik ha significato per me cercare con tutti i mezzi di esaltare la dinamicità e la purezza di questo gioco teatrale, evitando sovrapposizioni inutili o forzature interpretative, approfittando di lui come di un filo trasparente al servizio della mia sensibilità e della mia idea di teatro.
L'interazione di differenti dimensioni temporali, la compresenza di modalità di comunicazione diverse come la narrazione diretta al pubblico, quella indiretta attraverso un personaggio ascoltatore (Mugik raccontando al coro, racconta agli spettatori che ne diventano lo specchio), l'azione rappresentata nel qui ed ora teatrale e quella agita sempre direttamente ma nella convenzione del passato, le parti cantate nelle loro molteplici funzioni: narrative, riflessive, effusive di stati d'animo, atmosferico-scenografiche, costituiscono un insieme organico di segni reciprocamente stranianti che chiedono alla regia di essere attivati per contrasto dialettico, mai per sovrapposizione. Assumendo questo punto di vista ho sentito moltiplicarsi le possibilità evocative e così quelle di contrapposizioni stilistiche efficaci: ad esempio una delicata miscela recitativa di realismo verbale e di stilizzazione gestuale, una scena dichiaratamente strutturale, una organizzazione geometrica dello spazio, una morbidezza melodica nell'orchestrazione musicale, ispirata alla tradizione del melodramma.
Ho valutato con cura in fase progettuale i problemi che avrebbero potuto derivare dal fortissimo legame alla matrice culturale russa che il testo rivela e di cui è un'espressione formalmente compiuta: si trattava di fare i conti non solo con Tolstoj, ma anche con un autore come Rozovskij che è regista e musicista e che quindi ha lavorato al testo pensando già al suo spettacolo in funzione di una precisa idea di teatro. Ho immaginato di ripercorrere il suo stesso cammino a partire dal racconto Cholstomer, come se dovessi, progettando il mio spettacolo, riscrivere il testo insieme a lui, in stretta collaborazione con la traduttrice, mirando alla realizzazione di uno spettacolo che fosse nello stesso tempo autenticamente italiano e riuscisse a fare immaginare la autentica Russia di Tolstoj.

Massimo Navone

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